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Storie
che ripartono Departures (Giappone 2008),
di Yojiro
Takita. Giuseppe Riefolo “Il
talento del miniaturista si basa sul fare attenzione alla bellezza del momento e
a prendere tutto sul serio” (Pamuk,
1998, 393) Il film Dopo lo scioglimento dell'orchestra, il
violoncellista Daigo Kobayashi
rimane senza lavoro e decide di ritornare al paese d'origine. Assieme alla
moglie Mika ritorna
alla casa alle porte di Yamagata. Quasi per errore trova un lavoro
di tanatoesteta: ricomposizione di
cadaveri sotto la guida del capo Sasaki. Titubante all'inizio, ritrova il
sorriso perso da tempo. Quando la moglie scopre l'identità del suo nuovo
lavoro, scappa di casa e lo abbandona. Dopo 30 anni, ritrova il padre, quando
questo muore e mentre Mika, tornata per lui, sta per dargli un figlio. Introduzione
alla bellezza. Il maestro Sasaki vuole trasmettere la sua
profonda convinzione che sia possibile cogliere la bellezza, anche laddove
nessuno è disposto a trovarla: “tanatoesteta” sembra il lapsus che
segnala l’imbarazzo di occuparsi della morte.
Si tratta del rito della vestizione e della ricomposizione “affinché
il defunto possa partire serenamente”. Il pubblico del concerto è assonnato
in una sala semivuota, finché Daigo
viene preso da un particolare kairos in cui – come accade in
quei particolari momenti che gli psicoanalisti chiamano insight
- è soggetto e spettatore al tempo
stesso e sente che, finalmente, quello che accade – indipendentemente dal
contenuto – lo riguarda profondamente perché il cogliere la pienezza di quel
momento lo arricchisce: “la capacità di vedere la bellezza nell’altro è un
processo intersoggettivo e creativo che comporta il conferimento all’altro
della bellezza nella misura in cui l’altro emette e irradia la bellezza
potenziale già presente” (Sweetnanm, 2007, 183). Alcune volte nella vita di un uomo,
gli oggetti si presentano spenti ed opachi e si impone un cambiamento:
“se devo essere sincero, questa meraviglia di violoncello non la meritavo”.
Ho pensato che in questi casi è segnata la differenza fra il processo
della bellezza e l’oggetto bello
idealizzato. L’oggetto bello idealizzato, per quanto consolatorio, è escluso
dai processi e risulta illusorio; fa male al Sé perché lo mortifica e si
presta sempre a giustificarne la staticità (Lemma, 2009, 763). Il violoncello
che non meriti ti esclude dalla possibilità di cercare un’altra orchestra:
“ci sono tanti altri musicisti più bravi di me… ed io devo ancora pagare lo
strumento… 18 milioni di yen… avrei dovuto accorgermi prima dei limiti del
mio talento!”. Allora, quando smetti di suonare “perché non lo meriti”
torni indietro per recuperarti vivo: “vorrei tornare al mio paesino, a
Yamagata”. Infatti, la voce fuoricampo commenta: “non appena mi fui liberato
del violoncello, provai un gran sollievo, come se mi fossi liberato da pesanti
catene”. E’ la liberazione, finalmente, da un oggetto bello che paralizza la
vitalità del Sé. Daigo
trova lavoro: “assistiamo coloro che partono per lunghi viaggi!”.
Apparentemente l’invito è
confuso ed errato. Gli analisti sanno che le nuove esperienze (che solo dopo
diventano “nuovi significati”…) possono solo farsi strada attraverso un
codice che all’inizio appare come un fraintendimento(Fainberg, 1997), “perché
il bello non è / che il tremendo al suo inizio…” (Rilke, 1923). E’ una
particolare forma di ricomposizione di una dissociazione: il fraintendimento
introduce in una esperienza che sul piano oggettivo dovrebbe essere evitata. Ci
si fa condurre dalla lieve, ma potente sensazione – che ha i tratti della
compulsione cieca - che in quella
esperienza, nonostante le apparenze, ci sia qualcosa che ci riguarda e ci
appartiene. Anche in questo caso c’è bisogno del particolare incontro e
sintonia con un altro che sappia tenerci su un percorso che vorremmo evitare e
che pensiamo non ci riguarda. La bellezza non te l’aspetti mai e…
all’inizio non la riconosci: “Ho
letto che vi occupate di viaggi; ... Quando dice ‘ i corpi’ dice ‘i
cadaveri’?”. Sasaki allo
stupore impaurito di Daigo deve introdurre la bellezza che è nel ribaltamento
delle paure di Daigo: “sai che le tue domande sono interessanti?… Io credo
che tu sia nato per fare questo lavoro!”. Mentre i due si parlano cercando di chiarire
i reciproci codici per ricomporre (difensivamente)
i fraintendimenti (“ci dev’essere stato un errore di stampa… non si
tratta di viaggi, ma di un sereno ultimo viaggio”), qualcuno porta del tè: è
un elemento dissonante con “i cadaveri” e con la precarietà di Daigo.
Il tè è un piccolo angolo del campo in cui c’è la vita, il “…verme che
cerca di animare il mucchio di letame” (Bion,
1976, 357). Il tè è il calore non previsto dalle compatibilità
narcisistiche dei soggetti in campo, ma che si impone perché necessario e
soprattutto perché il campo analitico lavora per noi e produce continuamente
configurazioni inattese da cogliere. Il tè è un fattore di bellezza – destinato a rimanere sullo sfondo - che il
maestro Sasaki sapientemente introduce; il tè permette che gli incontri
avvengano e procedano. C’è tanta acqua e molti fiumi nel film.
Più di altre volte mi sono sorpreso a fare una considerazione scema:
quello è un posto così lontano e diverso da noi! l’oriente, il Giappone:
sensazione di distanza. Poi mi sono trovato a considerare che quell’acqua io
la conosco e – a differenza del
posto e del paesaggio – mi è familiare. Comincio a pensare che il processo
della bellezza si muova continuamente sull’asse Unheimlicheà
Heimliche, ovvero: la sensazione della bellezza, transitoria, la senti
quando accadono le trasformazioni. Partenze… Durante la
vestizione c’è sempre una foto
vicino al cadavere e il desiderio è che lei sia come nella foto. Ma il processo
di bellezza non è mai una ripetizione, ma – per quanto fugace – una
creazione: “..so che nessun
miniaturista intelligente disegnerebbe un cavallo guardando un vero cavallo
(…) quel che disegna un miniaturista è la propria pazienza” (Pamuk, 1998,
283-321). La cosa interessante è che, alla fine, i familiari troveranno che la
loro perdita è stata resa più
bella di prima e propone una emozione nuova: “Voi oggi avete reso mia moglie
bella come era da viva”. Ho pensato che Daigo accede alla bellezza innamorato
dei gesti sontuosi del suo capo. Il gesto che dice dell’importanza intima di
ciò che sta accadendo. I colori delle vesti sono curati: il bianco e il
viola,… i ricami. Ogni lembo viene stirato nel palmo della mano e accarezzato
dalle dita; le braccia accompagnate nella ricerca di una posizione naturale di
attesa e di pienezza. Il pubblico (ora sono i familiari… tanti bambini…)
anche questa volta registra il tono del campo e restituisce partecipazione e
sorpresa. Se Daigo sente la bellezza, non lo fa una
volta per tutte e non lo fa da solo: “la bellezza caratterizza un aspetto
(peraltro provvisorio) dell’oggetto o
dell’essere, non la sua totalità” (Todorov, 2006,
212). Daigo partecipa di un
movimento corale e complesso dove il bello è nell’aria ed ognuno, attraverso
la bellezza può prenderne la sua parte: “per noi… la bellezza nel disegno
comincia nella molteplicità dei significati e la raffinatezza” (Pamuk, 1998,
283). Il maestro chiede, come se nulla fosse, al marito: “sarebbe così
gentile da portarmi un rossetto di quelli che usava sua moglie?”. La risposta
è interessante: “cosa?”, proprio mentre la bambina si alza e va sicura a
prendere un rossetto che lei conosce della madre. Questo è il cuore del film
che mi ha toccato nelle parole fuori campo di Daigo: “dare a un corpo divenuto
freddo una bellezza che durerà per sempre… con calma… con precisione, ma
soprattutto con tanta amorevolezza. Pur nella tristezza dell’ultimo addio,
questo viene eseguito per preparare il defunto, immersi nel silenzio pieni di
pace, mi appare meraviglioso”. E’ questo il processo della bellezza: non
essere belli per forza e all’infinito, ma transitare per un attimo in una zona
di infinito, dove gli occhi, i polmoni, la gola, la pancia si commuovono e
quell’attimo ti fa dimenticare che la bellezza passa, ma che può tornare
mille altre volte. E’ un attimo di
eternità (Quinodoz, 2009) perché, anche se tua moglie è morta, oggi per
un attimo infinito, è tornata bella e tu non l’avresti mai più attesa così
bella! Il tempo lavora per la bellezza ponendo gli oggetti (le esperienze) nella
dimensione dei processi. Che vuol dire Mika quando dice a Daigo:
“ho l’impressione che tua madre non abbia mai smesso di amare tuo padre?”.
Ho pensato che tutta una serie di elementi ritornano sotto una nuova veste (la
città dell’infanzia, la signora amica del bagno pubblico dove Daigo da
ragazzo andava a piangere nell’acqua, il violoncello recuperato, i dischi del
padre nella casa della madre,…) e che il legante è l’amore, ovvero
l’incessante ricerca della sintonia con un oggetto che non ti appartiene
ancora e con cui devi accoppiarti per mantenere la vita. Gli analisti chiamano
questo processo autenticità e bellezza (anche: libido, L,…). Daigo è
incredulo e irritato: “che assurdità!”. Ma Mika ha colto la bellezza del
processo: “se non l’avesse amato, avrebbe buttato via tutti i suoi dischi e
non li avrebbe conservati così, con tanta cura!”. A questo punto non ci sono più dialoghi, ma
prevale la musica, che non è la colonna sonora. Ci si potrebbe chiedere se
poteva essere un’altra musica. Io sono certo che no! Il processo di bellezza
posiziona, piano piano, ogni cosa al proprio posto (potrei dire: il posto più
lieve da occupare…) e la sensazione di bellezza (perché solo i sensi possono
cogliere la bellezza e l’autenticità con quella piccola scossa che ti scorre
nella schiena…) ci coglie con leggerezza e sorpresa e non potrebbe essere
diversa da quello che si mostra perché. “ognuno di noi sa dove trovare la
poesia. E, quando la poesia arriva, se ne sente il tocco, quel particolare
fremito” (Borghes, 2000,: 20). Un altro passo
del processo è: “si è sparsa la voce!”:
si tratta di un particolare e inevitabile fase del processo di bellezza
che tenta ricomposizioni di configurazioni dissociate: “non ti vergogni a fare
quello che fai?”. Il problema – inevitabile – è come spiegare la
sensazione di bellezza che hai dentro: “ho scoperto che lavoro fai, non
continuare a mentire!”; “…e allora? Di cosa dovrei vergognarmi? Di
prendermi cura di persone morte? … Non c’è niente di più naturale della
morte!”. Ho pensato che questa è una piccola zona dove si crea la psicosi: la
bellezza che non può essere comunicata per l’assenza di un interlocutore
capace, che ti ritorna come prigione di cui liberarti: “ e se rifiutassi?”.
Per Mika il processo è insostenibile e deve lasciare Daigo: “torno a casa
mia… non toccarmi!”. Per Daigo è difficile accettare la solitudine e, per
questo puoi anche accettare di rinunciare alla bellezza che tu hai conosciuto,
me che gli altri non colgono. Quando le cose vanno bene, i nostri pazienti ci
trovano capaci di sostenerli perché riusciamo a comunicare loro che la bellezza
delle cure vale la pena. “Scusa, se vuoi lasciare, perché non glielo dici di
persona? E’ di sopra! Perché non sali?” Daigo andrà da Sasaki per dirgli
che vuole smettere, ma la capacità di Sasaki è che quando ti vede arrivare non
parlerà della tua giusta paura e della giusta voglia di sospendere: lui ti
ripresenterà la possibilità di potersi procurare ancora bellezza: è il solo
modo perché si possa avere un buon motivo per continuare le cure (perché le
cure non sono la scoperta del trauma, ma l’invenzione di un nuovo vertice in
cui il dolore può essere sentito come un transito e non più una stazione…).
Il maestro, infatti,in un giardino incredibile, ti offrirà del tè; ti chiederà
se sai cucinare e ti offrirà un buon cibo: “coglioni di pesce palla grigliati
col sale… buonissimi!”. Parlano di cucina, di mogli e di cosa mangiare.
Quindi: “vuoi provarci tu?”; “Sì!”. Seppure il corpo dice che si tratta
di un uomo, le si metterà il rossetto e i trucchi che usava per essere donna e
sul corpo sarà adagiato il vestito rosso, di raso, lucido. Il padre coglie
finalmente la bellezza che non conosceva del figlio: “da quando lui è
diventato donna, mi sono sempre rifiutato di guardarlo in faccia. Oggi, però,
vedendo il suo volto sorridente, mi sono detto: quello è il tuo figliolo!… Vi
sono infinitamente grato!” Quando Daigo suona a Natale, la bellezza
procede e viene riversata nel campo. Questo produce effetti inattesi. Il maestro
“che non aveva mai sentito un violoncello dal vivo” è ora preso a sua
volta, non dalla musica bella, ma dalla bellezza della situazione armonica che
si è creata nel qui ed ora. Ora è Daigo che spinge il processo un po’ più
in là con la musica che viene dal padre e che ora, ritorna al padre [il
transfert non è forse la ricreazione di un’emozione anticamente sospesa,
perché “la terapia completi un atto psichico incompiuto”? (Freud, 1895,
435)]. Ed ecco di nuovo i cigni e il violoncello che, ora, sarà suonato
all’aperto, nei prati. … e
ritorni. Se hai la fede
(Neri, 2008) e la capacità di
attendere, la bellezza paga: grazie alla tua capacità (alla tua passione) si
potrà anche ridere lasciando col rossetto la traccia dell’ultimo bacio al
morto: “buon viaggio, papà!” e Mika, con tua grande sorpresa ritorna, perché
lei è un altro transito nella bellezza: “lo sapevo – ironizza lei – non
puoi fare a meno di me… e c’è una novità… che sono incinta!”. Ora
Daigo presenta a tutti quello che è, la sua capacità di diventare bello perché
Mika lo ha cercato e lui, quindi, potrà rendere bella la signora del bagno
pubblico “morta mentre portava la legna”. Ritorna anche tuo padre, dopo 30
anni, perché è morto e la cosa ti riguarda forse proprio perché, intanto, hai
imparato a scoprire la bellezza nei morti “mi costa dover ammettere che non
ricordavo il suo volto… che se l’avessi incontrato per strada non l’avrei
riconosciuto!”. Finalmente ritrovi – proprio fra le mani del morto – il
sasso che con lui avevi scambiato 30 anni fa e ti coglie l’emozione di sentire
un momento durato 30 anni! Incredibile: la bellezza non si compone nel tempo, ma
nella sintonia e negli incontri (quanto tempo serve per la sintonia e per gli
incontri?). Cosa cambia, come propongono quelli dell’impresa funebre se “lo
mettiamo nella bara e poi potrà spargere dell’acqua e se vuole dire qualche
preghiera” rispetto alla cerimonia della ricomposizione? Ovviamente: cambia
tutto! Si tratta di sapere che puoi sentirti vivo, sempre, in qualunque situazione,
oppure, che nulla di quello che ti accade vale la pena di essere celebrato. Si
tratta di ricomporre nella tua esperienza l’esistenza di tuo padre che era
tossica per te proprio mentre lui era vivo e distante, mentre ora
quell’esperienza ti ritorna benevola e, paradossalmente, viva, nonostante ora
lui sia morto. Ovvio che doveva
finire così! Ovvio che Mika sarà fiera di Daigo; che il loro bambino faticherà,
ma non sarà deriso per il lavoro del padre. Ho pensato che il lieto fine non è
una bellezza necessaria. Al contrario: è la bellezza che può rendere lieto
ogni genere di finale, soprattutto quando tutto torna e le mille storie un po’
per volta si chiudono. Credo che la ricerca della bellezza sia la ricerca del
destino naturale delle nostre storie, perché fa male che le storie non possano
chiudersi per entrare in altre storie. La nostra mente ha diritto di sapere che
prima o poi, ogni storia che ci riguarda proceda, perché un filo di storia che
si interrompe significa sofferenza e le cure devono ripristinare la bellezza
delle storie che riprendono. Dopo 30 anni tuo padre rimarrebbe all’infinito
“un bastardo…” se non hai la possibilità di seguirlo fino alla fine.
L’esperienza della bellezza è l’esperienza del flusso della storia che
continua: il sasso recuperato dalle mani del padre morto, va a poggiarsi –
portato dalle mani di Daigo – sul ventre di Mika dov’è suo figlio. E’ un
processo che attraversa e lega le generazioni. La bellezza non è di nessuno, ma
quando va bene, ci riesce di
esserne accolti e di viverci dentro: “soltanto le relazioni fondate sulla
bellezza uniscono la società, perché poggiano su ciò che è comune a tutti (Todorov,
2010, 219).. |